Pubblicato il 5 gennaio 2024 · Ultimo aggiornamento: 25 luglio 2026

La frattura del malleolo è una delle lesioni traumatiche più frequenti della caviglia. I malleoli sono tre sporgenze ossee che delimitano l’articolazione tibio-tarsica: il malleolo mediale (estremità distale della tibia), il malleolo laterale o peroneale (estremità distale del perone) e il malleolo posteriore (margine posteriore della tibia). Insieme formano la cosiddetta pinza malleolare, o mortaio tibio-peroneale, che accoglie e stabilizza l’astragalo.

Quando uno o più di questi elementi si frattura si parla di frattura malleolare: unimalleolare se interessa un solo malleolo (la forma più comune, circa il 70% dei casi), bimalleolare o trimalleolare se ne coinvolge due o tre. Più malleoli sono interessati, maggiore è l’instabilità dell’articolazione e più probabile il ricorso alla chirurgia.

I tipi di frattura malleolare

Sintomi della frattura del malleolo

I sintomi compaiono subito dopo il trauma:

  • Dolore intenso localizzato sul malleolo interessato, che aumenta nel tentativo di caricare il peso.
  • Gonfiore ed ecchimosi rapidi attorno alla caviglia.
  • Impossibilità di appoggiare il piede e di camminare.
  • Deformità visibile della caviglia nelle fratture scomposte o associate a lussazione.
  • Talvolta un rumore di scroscio percepito al momento del trauma.

Una caviglia visibilmente disassata, oppure pallore, freddezza o intorpidimento del piede, richiedono un accesso immediato in pronto soccorso: la lussazione della tibio-tarsica va ridotta con urgenza per non compromettere la circolazione e la cute.

Cause e meccanismo di lesione

Il meccanismo tipico è una torsione della caviglia sotto carico: il piede resta bloccato mentre il corpo ruota, e l’astragalo forza contro i malleoli fino a fratturarli. Le cause più comuni sono:

  • distorsioni in inversione o eversione, spesso in ambito sportivo (calcio, basket, sci, corsa su terreno irregolare);
  • cadute e traumi diretti sulla caviglia;
  • incidenti stradali;
  • osteoporosi ed età avanzata: nell’anziano può bastare un trauma di lieve entità.

Alla frattura si associa spesso una lesione legamentosa: il legamento deltoideo sul versante mediale e la sindesmosi tibio-peroneale nelle forme più instabili. È la loro integrità a determinare se la frattura è stabile o meno.

Diagnosi e classificazione di Weber

La valutazione clinica esamina sede del dolore, gonfiore, stabilità articolare e stato neurovascolare del piede. L’imaging conferma la diagnosi:

  1. Radiografia (Rx) della caviglia in proiezione antero-posteriore, laterale e di mortaio: è l’esame di primo livello.
  2. Tomografia computerizzata (TC): utile soprattutto nelle fratture del malleolo posteriore e per quantificare la scomposizione.
  3. Risonanza magnetica (RM): indicata per lo studio di legamenti, cartilagine e sindesmosi.

Per inquadrare la frattura si usa la classificazione di Danis-Weber, basata sul livello della rima di frattura del perone rispetto alla sindesmosi:

  • Weber A — rima al di sotto della sindesmosi: frattura generalmente stabile, trattabile in modo conservativo.
  • Weber B — rima a livello della sindesmosi: può essere stabile o instabile, a seconda dell’integrità del legamento deltoideo e della sindesmosi.
  • Weber C — rima al di sopra della sindesmosi: quasi sempre instabile, con indicazione chirurgica.

Un secondo sistema, la classificazione di Lauge-Hansen, descrive invece il meccanismo traumatico in base alla posizione del piede e alla direzione della forza al momento del trauma.

Trattamento e riabilitazione

Trattamento conservativo. È indicato nelle fratture composte e stabili (tipicamente Weber A e alcune Weber B): immobilizzazione con gesso o tutore walker per 4-6 settimane, scarico iniziale con stampelle e ripresa progressiva del carico su indicazione ortopedica.

Trattamento chirurgico. Nelle fratture scomposte, bimalleolari, trimalleolari o instabili si ricorre alla riduzione e sintesi interna: placca e viti sul perone, viti o cerchiaggio sul malleolo mediale, ed eventuale vite di posizione quando la sindesmosi è lesionata.

Riabilitazione. Il percorso comprende:

  • mobilizzazione passiva e attiva della caviglia;
  • rinforzo muscolare di polpaccio e peronei;
  • rieducazione dell’equilibrio e propriocettiva;
  • terapie fisiche di supporto e recupero graduale dello schema del passo.

Il recupero funzionale richiede in genere 3-6 mesi; nelle forme trimalleolari o con lesione della sindesmosi i tempi si allungano.

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Domande frequenti

Quanto tempo serve per camminare dopo una frattura del malleolo?
Nelle forme stabili trattate con tutore il carico progressivo inizia in genere dopo 4-6 settimane; nelle fratture operate o instabili i tempi si allungano. La ripresa è sempre guidata dai controlli radiografici dell’ortopedico.

Quando la frattura del malleolo va operata?
Quando è scomposta, quando coinvolge due o tre malleoli e quando la sindesmosi o il legamento deltoideo sono lesionati, cioè nelle situazioni in cui la caviglia risulta instabile. Le Weber A e le Weber B stabili si trattano spesso senza chirurgia.

Qual è il malleolo che si frattura più spesso?
Il malleolo laterale (peroneale). Le fratture isolate di un solo malleolo rappresentano circa il 70% di tutte le fratture di caviglia.

La caviglia resta gonfia a lungo dopo una frattura malleolare?
Sì, un edema residuo che si accentua a fine giornata è comune per diversi mesi. Si riduce con il recupero della mobilità, l’elevazione dell’arto e la fisioterapia.

Fonti e avvertenze

Contenuto redatto sulla base della letteratura ortopedica di riferimento:

Pagina pubblicata il 5 gennaio 2024 e aggiornata il 25 luglio 2026. Le informazioni riportate hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del medico. La magnetoterapia va utilizzata solo dopo consiglio o prescrizione medica.

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